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di Mirko Tomasino
Francesco Cossiga. Storia del “picconatore” più famoso del Belpaese Una settimana addietro, allorquando passava a miglior vita il presidente emerito della Repubblica più stravagante che abbiamo avuto, scrivere anche poche righe di commiato o di semplice biografia sul personaggio politico Cossiga avrebbe avuto poco senso.......leggi tutto
A mente fredda, e con il distacco creato dall’inesorabilità del tempo che trascorre, di certo possiamo affermare di aver perso l’uomo più strambo e politicamente corretto che abbiamo avuto nel nostro Paese. Due eventi su tutti, crediamo, abbiano caratterizzato la vita del professore di Sassari: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e la parte finale del suo settennato al Quirinale collegato a Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica. In entrambi gli eventi, da buon profeta della politica e fine conoscitore del sistema istituzionale italiano, capì come questi due fenomeni avrebbero segnato una svolta nel nostro Paese. Il caso Moro, il quale decise la formazione di un governo di “solidarietà nazionale” presieduto da Giulio Andreotti e sostenuto dal potente Pci italiano (unico esempio in quegli anni di ininterrotto predominio democristiano) vide coinvolto Cossiga in qualità di ministro degli Interni, il quale, diciamolo chiaramente, non svolse un ruolo soddisfacente alle aspettative di coloro che volevano rivedere Moro seduto nuovamente sui banchi parlamentari. Le sue dimissioni furono immediate allorquando si scoprì il cadavere del segretario della Dc, ma come spesso sostenne Montanelli, cedere al ricatto brigatista significava vedere l’alba di uno Stato comunista con Moro, possibilmente vivo, il quale sarebbe stato paradossalmente l’artefice di tutto questo cambiamento. La sua seconda esperienza - quella del Quirinale - maggiormente rispetto a quella vissuta sulla poltrona del ministero degli Interni, fu caratterizzata da grande perspicacia e lungimiranza politica. Cossiga, unico e solo, capì come il sistema politico internazionale, dopo la caduta del Muro di Berlino, stava davvero cambiando e l’Italia non poteva essere risparmiata da questa ondata di cambiamento. Gli fu dato del folle, del demente, ma nonostante le sue picconate (che anticiparono Tangentopoli e il suo reale significato politico) rivolte soprattutto alla sua Dc (vedi l’allora presidente del Consiglio Andreotti) mostrò sempre grande lucidità e fermezza di pensiero. Come tutti gli uomini politici della Prima Repubblica, di errori ne ha commessi, tante omissioni hanno caratterizzato la vita di uomini politici rappresentativi come lui e di tanti esponenti del Pentapartito e dell’opposizione, ma la sua ironia e la sua sagacia politica ne faranno sempre un simbolo di quell’Italia, cattolica e conservatrice, da sempre ribelle e contraria a qualsiasi forma di conformismo politico. |