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Berlusconi : no ostaggio di Fini e dei suoi PDF Stampa E-mail
Venerdì 10 Settembre 2010 15:44

di Luigi Bigozzi

C’è una cosa che il Cav. vede come fumo negli occhi: diventare ostaggio di Fini e dei suoi. In Parlamento e sui singoli provvedimenti. Cioè, ancorare i destini del governo ai voti degli scissionisti. E poco importano, a questo punto, le reiterate dichiarazioni di lealtà al mandato elettorale e al centrodestra dei finiani, ultima in ordine temporale quella del presidente della Camera a Mirabello. Di Futuro e Libertà è bene non fidarsi, meglio mettersi al riparo.

Il jolly che il Cav. si giocherĂ  nei prossimi giorni e il risultato che ne sortirĂ  saranno la cartina di Tornasole sulla durata della legislatura. Se va bene si va avanti, se va male si torna alle urne. La carta di Berlusconi si chiama gruppo di "responsabilitĂ  nazionale": una pattuglia composta da 18-20 deputati di altre forze politiche ai quali aprire i confini del Pdl.

Una stampella, dunque, e un obiettivo strategico: certificare col voto in Aula l’esistenza di una maggioranza ampia che garantisca l’autosufficienza del governo, indipendentemente dal voto dei 35 finiani. E ciò vale non solo per la fiducia che il Cav. chiederà sul documento programmatico, ma anche e soprattutto per i provvedimenti legislativi più importanti che nelle prossime settimane arriveranno all’esame del Parlamento.

Diciotto-venti deputati sono abbastanza per neutralizzare Fli e non dipendere dai desiderata di Fini e Bocchino. E ieri molti big piediellini viaggiavano tra Atreju (festa dei giovani del Pdl), Frascati (Summer School) e Gubbio (scuola di formazione politica) con 'post-it' carichi di numeri e foglietti volanti, con appunti, scarabocchi e l’immancabile rosa di nomi.  Il Cav. comincerà il suo giro di 'consultazioni' la prossima settimana ma se si osserva bene la mappa dell’Aula di Montecitorio non è poi così difficile risalire ai deputati che potenzialmente potrebbero stare dalla parte della maggioranza "per senso di responsabilità nei confronti del paese che in questo momento ha bisogno di stabilità", è la motivazione di fondo.

Nessuna compravendita, assicura Verdini dal palco di Gubbio, piuttosto un convincimento che si formerà anche ascoltando l’intervento del premier alla Camera (il 28 settembre) e le ragioni sulle quali chiederà il voto dei parlamentari. Non solo, ma il fatto di poter contare su una maggioranza più ampia è la chiave con la quale il quale il Cav. dimostrerà a Bossi che non c’è alcun bisogno di andare alle urne (anche se l’ipotesi non è certo tramontata). Ma al di là di tutto, ciò che conta sono i numeri. Berlusconi nei colloqui coi suoi più stretti collaboratori si sarebbe mostrato abbastanza tranquillo, quasi come se avesse già in tasca il lasciapassare verso il 2013 (scadenza naturale della legislatura).

I numeri sono questi: quattordici deputati che voteranno sì e quattro ancora incerti, un numero più che sufficiente per superare la soglia minima: 316 deputati (ovvero la maggioranza più uno). Ma chi sono e da dove vengono? Dalle file dei lombardiani dell’Mpa potrebbero arrivare 5 sì (non è un caso che il leader del partito siciliano abbia incontrato il premier pochi giorni fa) e altri 4 dal gruppo di Noi Sud, in cambio magari di una maggiore attenzione del governo al rilancio del Meridione. Ci sono poi i 3 deputati dei Liberaldemocratici (Daniela Melchiorre, Maurizio Grassano e Italo Tanoni) che sosterranno la maggioranza.

A questi si potrebbero aggiungere i 3 repubblicani, anche se non è poi così scontato perché se il leader Francesco Nucara appare più vicino a Berlusconi, Giorgio La Malfa più difficilmente potrebbe votare sì. Un altro voto favorevole dovrebbe arrivare dall’ex dc Francesco Pionati. Resta invece ancora tutta da definire la posizione dell’italo-argentino Ricardo Antonio Merlo (Movimento associativo italiani all'estero) e appare complessa un’intesa con Siegfried Brugger del Svp che voterà di volta in volta, così come resta da capire l’orientamento di Roberto Rolando Nicco e Karl Zeller, appartenenti con Brugger al gruppo misto delle minoranze linguistiche.

Al gruppo di "responsabilità nazionale" potrebbero approdare anche alcuni centristi che negli ultimi tempi hanno manifestato una certa insoddisfazione per il feeling di Casini con la sinistra democrat, a cominciare dall’ex ministro Calogero Mannino e Totò Cuffaro. Da Gubbio poi, il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini fa intendere che anche nelle file del Pd, specie tra i cattolici c’è chi non è più disposto a subire i diktat degli ex Ds e, alla fine, potrebbe decidere di sostenere la maggioranza.

Da lunedì il Cav. avvierà il giro di contatti: lunedì ad Arcore riceverà la delegazione dei Repubblicani guidata da Nucara, poi sarà la volta dei parlamentari di Noi Sud e delle altre formazioni individuate come potenziali alleati. La griglia di partenza è questa, ma il Cav. continua a confidare nel sostegno di qualche finiano che mal digerisce l’oltranzismo del capogruppo di Fli Italo Bocchino e non è del tutto convinto della linea dell’ex leader di An.

Ma adesso che hanno fatto il grande passo (che sembra sempre più l’avanguardia del nuovo partito) per quale ragione dovrebbero tornare indietro? Le motivazioni – osservano alcuni esponenti pidiellini che non hanno mai smesso di dialogare coi finiani moderati – sono quelle del senso di responsabilità, del rispetto per il mandato elettorale e del partito nel quale sono stati candidati ed eletti.

Ed anche la mossa di Bocchino, cioè l’annuncio di dimissioni in massa dagli incarichi nel Pdl dei dirigenti locali di Fli non ha convinto molti all’interno dei gruppi finiani perché è apparsa come l’ennesima forzatura che alimenta lo scontro frontale.

Alla kermesse di Gubbio si è ragionato del quadro politico e tutti da Bondi, a Cicchitto a Quagliariello a La Russa hanno duramente stigmatizzato la linea dell’ex co-fondatore del Pdl. Il vicepresidente dei senatori in particolare non ha fatto sconti definendo il modus operandi dei futuristi (specie sui media) in tutti questi mesi come "un cancro all’interno del nostro partito che prima o poi ci avrebbe ammazzato politicamente. Saremmo finiti se non avessimo riguadagnato una chiarezza ideale, la forza di vedere il compagno di partito come un amico e non come il nemico, come è stata la nostra vita quotidiana in questi sei mesi".

A Gubbio il convitato di pietra è proprio lui, Fini, che giusto un anno fa dallo stesso palco non esitò a declamare il suo manifesto politico sulla legalità, puntando l’indice dritto in faccia al Pdl (e a Berlusconi). Forse è stato quello il primo strappo; il primo di una lunga serie.

Certo è che in politica l’avversario non va mai sottovalutato e Berlusconi nel suo movimentato rapporto con Fini lo sa bene. Per questo si sta attrezzando, tenendosi al riparo da agguati e imboscate che al di là dei proclami, potrebbero essere sempre dietro l’angolo. Anzi, dentro Montecitorio.

 

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