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Italia: sviluppo e crescita possibile, forse nel 2015 PDF Stampa E-mail
Venerdì 17 Febbraio 2012 12:25

http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSlmY5RaxTi6osjli-gMeIpvJPGc15OOalvadIQ_ks37FX05Xgqdi ALDO CANUTO

Crisi economica  e crescita italiana. Si respira un’aria di grande preoccupazione tra la gente che si può tagliare con il coltello, come dicevano i nostri nonni. L’enfasi iniziale collettiva, giornali, televisioni, gli stessi partiti, quelli che avevano accettato di fare un passo indietro per agevolare l’ingresso trionfante del governo tecnico a guida Mario Monti, a distanza di oltre tre mesi è più tiepida, non di certo per colpa di coloro che sono stati chiamati a “salvare l’Italia†dal disastro finanziario, ma semplicemente per le attese o illusioni che il loro avvento aveva generato nella mente degli italiani..........leggi tutto

Adesso siamo arrivati alla domanda: può bastare la politica di rigore attuata dalle scelte del professor Monti per fare partire, finalmente, la crescita economica del Paese? Noi sosteniamo, da qualche tempo, che, se pur necessaria l’azione contro sprechi e ruberie, da sola non è sufficiente. Ecco la prima illusione. Nonostante la riforma delle pensioni, aumenti fiscali, generi di prima necessità, energia, stretta sulla evasione fiscale, alcune liberazioni e i suoi effetti sull’economia, se saranno attuate, avranno bisogno almeno di tre anni. La crisi “sistemicaâ€, tale definita da tutti gli osservatori, cui è attribuita la non crescita economica, è ritenuta dagli industriali, (quelli che portano nei paesi asiatici le loro linee produttive), e dall’attuale governo tecnico, alla mancata abolizione dell’articolo 18, giudicato dai grandi ideologi dello sviluppo: il vero ostacolo allo sviluppo, la causa della fuga dei capitali, investiti poi  all’estero, del calo dell’occupazione giovanile e delle donne, (80.00 negli ultimi dieci mesi), del rifiuto delle società straniere d’investire in Italia. In concreto sarebbe sufficiente, secondo questi strateghi, dare mano libera ai licenziamenti nell’impiego privato per risolvere tutti i nostri problemi. In questa problematica, tutta italiana, il ruolo dell’UE, della Germania e della Francia è stato decisivo.

Nel merito di questo problema ci siamo già pronunciati. Quando Monti dichiarò in un’intervista che il mancato sviluppo dell’Italia degli ultimi decenni era da attribuire alla rigidità imposta alle imprese dall’articolo 18 dello Statuto, gli ricordammo che, a nostro giudizio, era l’esatto contrario: l’Italia è andata avanti dopo il 1970 ,con la legge 300, da quando una certa stabilità del posto di lavoro consentì alle famiglie del ceto medio di crescere l’attuale adulta  generazione aprendo l‘Università anche ai figli di impiegati e operai. Ottenendo mutui dalle banche grazie alla garanzia della busta paga a tempo indeterminato, rendendo solida la ricchezza patrimoniale del nostro Paese per effetto dell’85% di italiani divenuti possessori di appartamento. Detto questo, non condividiamo l’opposizione a priori della Camusso e della Fiom, che ha già proclamato uno sciopero generale dei metalmeccanici, in anteprima all’esame di merito dell’articolo 18, previsto entro marzo.

Il governo Monti è deciso di andare avanti con o senza l’intesa con i sindacati. E’ in gioco la sua credibilità internazionale e dopo i consensi ricevuti e gli applausi dell’Assemblea Europea, deve decidere nonostante le opposizioni del Pd e della Cgil. Non è facile trovare una soluzione, copiando situazioni di altri Paesi, come la Svezia, per il semplice motivo che gli oneri di mobilità in uscita ed entrata la Marcegaglia li vuole addossare allo Stato e non alle aziende che licenziano o assumono. Tuttavia una legge sull’articolo 18 imposta ai sindacati e al mondo del lavoro, potrebbe determinare una reazione politica a catena, già anticipata oggi in un’intervista di Bersani, come monito a Monti nel previsto incontro a Roma con la Merkel, (rinviato per uno scandalo di corruzione che riguarda il presidente Christian Wulf), tale da fare saltare il “banco†del governo tecnico con tutte le conseguenze prevedibili. Occhio alla Grecia.

Un’altra riflessione ci permettiamo fare, a sostegno del nostro ragionamento. E’ una “favoletta†affermare che gli investitori esteri non vengono in Italia per la rigidità esistente sui licenziamenti. Vorremmo ricordare, a questi emeriti analisti del nostro sviluppo, che da decenni le vere cause illustrate in tutti i convegni che hanno trattato sulla convenienza di investire nel nostro “Bel Paese†sono state:  la malavita organizzata,le lungaggini dei processi civili e il fenomeno dilagante, nonostante “Tangentopoliâ€, della corruzione esistente nell’apparato burocratico degli enti pubblici, proprio ieri, confermato dalla Corte dei Conti. Attuare un progetto industriale in Italia passano anni per superare gli “ostacoli†delle amministrazioni locali.

Ecco perché, per fugare preoccupazioni e non illudere nessuno, agli italiani occorre dire, da tutti i livelli di responsabilità, caro presidente Napolitano, la verità e dove stanno i nostri veri guai, oltre lo spaventoso debito pubblico, se si vuole dare fiducia e con l’impegno di tutti tentare la risalita economica, senza creare false illusioni. Lo spread che scende, mentre le agenzie di rating declassano le nostre banche, non produce ripresa, né posti di lavoro; conferma, invece, che  ancora siamo nel guado della crisi in assenza di grandi investimenti produttivi nelle infrastrutture e apertura degli sportelli bancari per aiutare le industrie manifatturiere, le aziende agricole – alimentari in difficoltà per effetto della crisi, settori vero nervo produttivo della crescita del nostro Prodotto interno lordo.

 

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